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    4/22/2006

    Racconto

    Questo breve racconto autobiografico l'ho scritto qualche anno fa mentre stavo passando un periodo veramente nero...ma risulta sempre attuale...purtroppo...
     

    La giornata era passata noiosa come ogni altro giorno della sua vita, da qualche anno in qua. Lo studio gli occupava gran parte del tempo, se di studio si poteva parlare. Si era convinto che riempirsi la testa di paroloni forbiti gli servisse come aiuto per dimenticare ciò che lo opprimeva di più. Ma in fondo sapeva che non era così. Quel pensiero, il maledetto pensiero, continuava ossessivamente a presentarsi nell’anticamera del cervello, e più tentava di scacciarlo più tornava prepotentemente a farsi sentire.

    Da quando aveva iniziato a prendere coscienza di sé, era diventato un chiodo fisso. Spesso si domandava se non era stato proprio lui a trasformare una semplice esigenza in un’ossessione. Ma ormai cosa importava? Il danno era fatto, si ergeva imponente, e insormontabile ai suoi occhi. Le giornate scorrevano dominate da quel pensiero, da quell’unico pensiero che non smetteva di tormentarlo.

    Ai suoi occhi la vita degli altri sembrava così perfetta nelle sue imperfezioni. Un sottile gioco di sentimenti ed emozioni che tutti riuscivano abilmente a giostrare. Tutti tranne lui. Aveva l’impressione che tutto ciò che provava fosse talmente prorompente da non poterlo sopportare, da non poterlo ignorare. Si sentiva vittima di una vita che lui stesso si era scelto, perfettamente consapevole di quello che avrebbe comportato. Ma non gli importava, quello era il castello di carte che si era costruito, forse solo per il piacere perverso di vederlo andare in frantumi.

    Quella sera, uguale a tante altre, era tornato a casa, inconsciamente sapendo che avrebbe passato la notte in bianco un’altra volta. E così fu. Steso sul suo letto, vedeva passare davanti agli occhi le esperienze della giornata, e continuava a ripetersi che avrebbe potuto comportarsi diversamente, se solo… Se solo cosa? Se solo si fosse comportato diversamente? Forse, ma dentro di sé aveva la consapevolezza che una scelta diversa avrebbe portato ad altri problemi, ad altre questioni da risolvere. Avrebbe avuto la forza di affrontare tutto ciò? Non ne era del tutto sicuro. Bastavano già i problemi di tutti i giorni a tormentarlo. Non voleva aggiungere altra carne al fuoco.

    Sapeva che il nodo della questione era uno solo: la solitudine. Certo, aveva un sacco di amici che gli volevano bene e gli erano vicini, e a cui voleva bene a sua volta. Ma poi? Quando ognuno tornava a casa sua, lui chi aveva? Nessuno. Il suo cuore colmo d’amore gli doleva, lo faceva soffrire per la mancanza di qualcosa, anzi, di qualcuno. Perché gli altri potevano dividere le proprie preoccupazioni con qualcuno, mentre lui doveva affrontarle da solo?

    Per le persone che gli stavano vicino la questione era relativamente semplice. Non gli serviva altro che un po’ di coraggio per superare l’imbarazzo ed incontrare qualcuno. Alcune volte l’aveva fatto. Aveva allentato il freno e si era lasciato andare. Ma il risultato era stato deludente. Nel momento esatto in cui si sentiva amato, protetto, forse addirittura felice, gli avevano voltato le spalle, in un modo o in un altro. Per lui amore significava solo sofferenza, niente di più.

    Ma il desiderio di dividere sé stesso con qualcuno rimaneva, nonostante le sofferenze. Si era creato la maschera della persona forte, che non ha bisogno di nessuno, proprio per evitare che qualcuno interessato potesse nutrire anche solo un minimo interesse per lui. Gli avevano affibbiato l’epiteto di ‘acido’, di ‘checca isterica’, come lo chiamavano affettuosamente i suoi amici. Ed in effetti non avevano torto. Perché questo era il modo di atteggiarsi che aveva. Soprattutto in presenza di altri ragazzi come lui.

    Aveva capito che questo suo comportamento era un modo di difendersi. Ma difendersi da cosa? Probabilmente si difendeva da ciò che anelava di più: l’amore di un’altra persona. Quello che non aveva capito era il perché si comportava così. Spesso si diceva che doveva andare da uno strizzacervelli, che forse avrebbe potuto aiutarlo. Ma sarebbe stato solo un ingente dispendio di denaro, e vista la sua situazione, era l’ultima cosa di cui aveva bisogno.

    Tic tic tic… l’orologio andava avanti nella sua folle corsa infinita. Ormai erano le quattro del mattino. Fra tre ore si sarebbe dovuto alzare per una nuova giornata. Ma il sonno non accennava a presentarsi. Gli ritornarono alla mente gli episodi più grigi della sua vita. Fra i tanti riconobbe la sua prima vera crisi di depressione, che per fortuna sua durò solo una sera e non lo portò a dover trangugiare scatole e scatole di antidepressivi. Gli capitava spesso di domandarsi se quelle piccole pillole colorate avrebbero potuto aiutarlo, in qualche modo. Forse annullando qualunque emozione avrebbe vissuto più sereno. Un’atarassia indotta gli avrebbe potuto risparmiare molti affanni. Ma mentre pensava a queste cose si rendeva perfettamente conto della sua stupidità. Si diceva di essere una persona abbastanza matura per affrontare e risolvere le questioni che gli si presentavano, senza bisogno di aiuti dall’esterno. Ma era effettivamente vero? O era solamente la sua maschera che riaffiorava, nel tentativo di convincerlo di essere diverso da quello che in effetti era? Un debole, ecco che cosa pensava di sé stesso. Fondamentalmente ogni cosa che gli accadeva lo metteva in ansia, piccola o grande che fosse.

    Quando la vita gli risultava insopportabile si rifugiava nei film, unica finestra sul mondo che avrebbe voluto vivere. Con la loro perfezione, la loro predeterminata casualità, lo aiutavano a sperare che le cose in cui credeva potessero accadere davvero. Ma prima o poi sullo schermo appariva la parola FINE, e allora doveva tornare alla realtà, l’amara realtà che gli dimostrava ogni giorno che ciò che accade nei film è solo finzione. O almeno, per quanto riguardava la propria vita era finzione. Sì perché nella vita degli altri vedeva sempre un piccolo fotogramma, o addirittura un’intera scena, che avrebbe potuto perfettamente essere inserita in una delle sue pellicole preferite. Solo a lui non accadeva.

    Tac tac tac… l’orologio era scattato sulle cinque. I propri pensieri cominciavano a diventare meno nitidi, e una parvenza di sonno si adagiò sulle sue palpebre. Chiuse gli occhi e pregò di potersi addormentare. Tentò di svuotare la mente ma non vi riuscì. Tentò di pensare a cose belle ma anche questo risultò vano. Allora lasciò che la sua mente fluisse in un turbinare di immagini, che lentamente lo trascinasse nell’abisso del sonno, dove non avrebbe dovuto confrontarsi ancora con la sua coscienza, tanto intelligente ma al contempo tanto stupida.

    Si addormentò così, nella speranza che qualcosa di sconvolgente sarebbe capitato nella sua vita, domani. Qualcosa come quello che era successo in quel film…